
Masquerade di Thomas Raggi
- Luigi Salerni

- 17 dic 2025
- Tempo di lettura: 4 min
Siamo onesti: quando i Måneskin hanno deciso di mettersi in naftalina a tempo indeterminato, in quanti avremmo scommesso che i “gregari” della band, vale a dire Thomas Raggi (chitarrista) ed Ethan Torchio (batterista) si sarebbero dati da fare per non restare con le mani in mano mentre le due punte di diamante (Victoria De Angelis e il vocalist Damiano David) continuavano a far parlare di sé? Io, personalmente ero convinto, quando quest’estate sono stato a Roma, che li avrei trovati a sistemare gli scaffali di qualche supermercato, non puntando neanche un soldo bucato sull’eventuale successo da solista dei due. Beh, se il lungocrinito drummer continua a latitare dalle scene, in assenza della sua band, il biondo chitarrista (“er cobra”, ai tempi di X Factor) invece ha deciso di provare la carta da solista, per non sfigurare di fronte ai due bandmates su citati. E vi dirò: mentre Victoria ha deciso di dedicarsi ad una carriera da DJ (esattamente quanto di più detestato dai rockers) quantomeno discutibile; mentre Damiano, col suo Funny Little Fears gioca a fare l’Harry Styles de noantri, Thomas tiene alta la bandiera e l’anima rock che lo ha contraddistinto con i Måneskin, dimostrando che, dopotutto, forse la vera anima macina riff della band era lui. Proseguendo la collaborazione con Tom Morello, già guest di lusso su “Gossip” dei Måneskin e qui in veste di produttore, Raggi ha radunato un po’ di gente che ha avuto modo di conoscere negli ultimi anni, fra cui Chad Smith, Matt Sorum, Alex Kapranos (Franz Ferdinand), Nick Cester (Jet) e altri e ha dato vita al suo primo solo album dal titolo “Masquerade”. Partiamo col dire che quest’album non sposterà di una virgola quel che è sempre ruotato attorno ad ogni componente dei Måneskin da quanto sono diventati, in quattro, un fenomeno planetario del music-biz: chi li osannava troverà comunque diversi spunti di conferma nel proprio giudizio ultra-positivo; chi li detestava non sarà portato a ricredersi neanche ascoltando la cover di “You Spin Me Round (Like A Record)” o forse lo avverserà ancor di più; chi, semplicemente li trovava gradevoli come una boccata d’aria fresca in un mare (non dico di cosa, perché sono un signore!) di trap et similia ad infestare le preferenze negli ascolti degli italiani, troverà senza dubbio del buono in questo “Masquerade”. Che non sposta di una virgola il modo di comporre del chitarrista: riff taglienti il giusto, linee vocali tutto sommato efficaci, ritmiche spesso interessanti e qualche assolo ben piazzato che, certo, non lo renderà il nuovo Steve Vai ma andrà comunque a caratterizzare il disco, pur se le soluzioni scelte da Raggi finiscono per riciclarsi, rispetto a quanto già ascoltato nei Måneskin. Fin dalle prime note, quel che si percepisce, comunque è che questo Masquerade è un disco composto, suonato e prodotto da professionisti, ossia un gruppo di lavoro capace di creare un album ben curato. Certo, la caratteristica che avevano anche i dischi dei Måneskin, specie i primi due, di una durata fin troppo contenuta affligge anche questo lavoro che, con appena 27 minuti, si assesta sui livelli di “Teatro d’ira Vol. I”, e “Il ballo della vita” (che durava qualche minuto in più) ma, se vogliamo, questo può anche non essere un difetto, dal momento che un album più lungo avrebbe rischiato di suonare alquanto più stantìo. “Masquerade” invece ha più di qualche buono spunto, è ottimamente prodotto e vale la pena ascoltarlo. È un capolavoro di rock moderno? No, tutt’altro, nel senso che strizza parecchio l’occhio al passato e si rivolge di più ad un pubblico che ha nei Franz Ferdinand e nei Jet, ma anche nei Prodigy, in alcuni casi, i suoi punti di riferimento! Ha al suo interno brani memorabili che lasceranno il segno nella storia del rock? Nemmeno, ma oggi come oggi neanche band più blasonate riescono a reggere il confronto con il proprio passato, quanto a memorabilità dei nuovi album rispetto ai più datati! E quindi? Com’è questo “Masquerade”? A mio avviso il disco scorre abbastanza piacevolmente: l’iniziale “Gotcha” richiama qualcosa dei Rage Against The Machine (e con Tom Morello in cabina di regia, il tributo andava pagato!); “Keep The Pack” ha un bel riffone pesante e un assolo a là Tom Morello (che infatti suona sul brano); “Lucy” è caratterizzata, ancora, da un bel riff e dalla voce della cantautrice statunitense Upshal che valorizza il brano come uno dei più interessanti; “Cat Got Your Tongue” pecca di carenza di personalità, risultando fin troppo caratterizzata dagli ospiti (Kasabian) che vi suonano; “For Nothing” ricorda molto le ballad dei Måneskin ed è forse il pezzo più gradevole, con spunti melodici di rilievo e la chitarra di Raggi a venir fuori in maniera certamente più personale; la cover di “You Spin Me Round
(Like A Record)” dei Dead Or Alive, qui rivista con Alex Kapranos dei pluricitati Franz Ferdinand, sarebbe un esperimento interessante ma finisce per somigliare troppo a qualcosa della band di Kapranos, lasciando chiedere dove sia Raggi in questo pezzo; “The Ritz” è un altro brano gradevolissimo, che sarebbe stato benissimo su “Rush”, visto che ne riprende atmosfere e sonorità (immaginatelo cantato da Damiano e converrete con me!); chiude il disco “Fallaway” che vede ospite Maxim dei Prodigy e la sensazione è che il disco poteva chiudersi col brano precedente: bello il riff, come sempre, ma è un po’ troppo poco, considerato che per il resto il brano non decolla. Quello che forse è il tratto distintivo maggiore di questo disco è che la presenza dei numerosissimi ospiti abbia reso il suo autore un po’ anonimo, nel senso che la presenza di Thomas Raggi, a volte, nell’album neanche si percepisce, schiacciato com’è dalle personalità ingombranti che vi presenziano. E questo lascia aperta una domanda che poi è il vero nodo della questione. Chi è, musicalmente Thomas Raggi? Nei Måneskin sovrastato dalle personalità ingombranti di Victoria e Damiano e qui dal produttore e dai tanti guests che affollano l’album. E soprattutto, siamo certi che questo disco sia una solida base di partenza per avviare una carriera solista, vista l’incertezza che regna sulla band principale del nostro? Il dubbio permane e “Masquerade” pur essendo un disco tutto sommato godibile non scioglie il nodo. Chissà, magari il prossimo…sempre in attesa dei Måneskin




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