The Sea Of Emotion - Un viaggio lungo 50 anni
Era la prima metà degli anni ’70 del secolo scorso, quando due giovani amanti della chitarra, entrambi di origini italiane, si incontravano in un appartamento di Long Island per suonare insieme: il più giovane, Steve Vai, prendeva lezioni dal più adulto, alias Joe Satriani ma entrambi erano ancora minorenni e si divertivano a sperimentare le infinite possibilità che la sei corde offriva loro, senza imbrigliarsi in un genere definito ma dando spazio all’immensa creatività che lo strumento ispirava loro. Da allora, i due hanno fatto un sacco di strada, accumulato diverse esperienze e percorso un lunghissimo cammino fatto di collaborazioni artistiche eccellenti e due carriere soliste degne di nota e che hanno ispirato, a loro volta, centinaia di chitarristi smaniosi di emulare le gesta di questi due geni dello strumento a sei (talvolta sette) corde. Tante volte, in questo lungo percorso, le strade dei due si sono incrociate: basti pensare al famoso progetto G3, ideato da Satriani per riunire sullo stesso palco i tre più grandi chitarristi al mondo. Nella maggior parte delle edizioni in cui questo progetto live è stato portato in tour, uno degli altri due chitarristi ad affiancare Satch (il nomignolo che da sempre accompagna Joe Satriani) è stato proprio l’allievo-amico di una vita. Nonostante ciò, però, solo nel 2026 i due hanno deciso di unire le loro forze in studio per dare alle stampe il primo disco in cui i due suonano insieme. Il progetto si chiama SatchVai (dall’unione del nomignolo di Satriani e del cognome di Steve Vai) è il disco che viene dato alle stampe oggi si chiama The Sea Of Emotion. E devo dire che il titolo è davvero azzeccatissimo perché di emozioni, in questi 10 brani (in realtà sarebbero 8, di cui l’ultimo, la title track, diviso in tre parti) i due sono in grado di regalarne moltissime. Per chi li segue da sempre non è un mistero infatti che i due, pur essendo due assi ineguagliati di tecnica chitarristica, negli ultimi anni non avevano brillato per ispirazione compositiva, lasciando presagire che, nella loro lunghissima carriera, il meglio di loro, sotto l’aspetto del songwriting, lo avessero già fornito in un passato ormai remoto. E invece…sorpresa! Satriani e Vai sono ancora in grado di scrivere ottimi brani, ognuno nel suo stile: Satriani, con la sua capacità, ispirata a due suoi punti di riferimento quali Jeff Beck e Santana, di dare alla chitarra solista la capacità di “cantare”, costruendo brani strumentali con una struttura molto simile a quella di una canzone “standard”, se mi lasciate passare il termine, in cui la chitarra svolge il compito del cantante. Vai, d’altro canto, possiede uno stile molto più estroso e non potrebbe essere diversamente, vista la sua lunga collaborazione con un altro genio assoluto della chitarra, quale Frank Zappa. I suoi fraseggi quasi incontenibili eppure sempre ricchi di pathos, nelle collaborazioni con altri artisti, sono sempre stati messi al servizio del brano, senza sconfinare nell’eccesso di autocelebrazione. E in questo Sea Of Emotion funziona esattamente così: gli scambi e i duetti sono sempre al servizio del brano e ogni volta sembra di vederli come nell’immagine di copertina, spalla contro spalla ad immaginare l’uno le frasi dell’altro sulla tastiera, convinti di sapere entrambi cosa l’altro stia per suonare, pronti a completarsi a vicenda, come facevano oltre cinquant’anni fa nella casa di Long Island. Se uno è fan abbastanza del duo, sa riconoscere esattamente chi sta suonando cosa ma quello che emerge da questo “debutto” dei due insieme è che entrambi danno sfogo al loro estro in una scrittura in cui il dialogo fra gli strumenti conta quanto la tecnica. Il brano di apertura “Mayhem” ci introduce nel mood del disco con un’atmosfera bella densa, che cresce di fraseggio in fraseggio; l’incrocio delle due chitarre è perfettamente bilanciato fino ad un finale in cui i due si inseguono in solismi degni di sicuro effetto. “Bronco Freight Train” è ricco di contrappunti fra il riffing di Vai e il fraseggio di Satriani. Divertente ed immediata “Dancing” in cui, ancora una volta, i solismi dei nostri si alternano e si inseguono dando al brano una struttura-canzone in cui le chitarre “cantano” a perfezione strofe e ritornelli, in poco più di tre minuti. Già, perché il rischio che i brani strumentali hanno, e anche i due protagonisti del nostro racconto ci sono caduti diverse volte, è quello di dilungarsi in parti soliste senza capo né coda che finiscono per sfiancare anche il più ben disposto degli ascoltatori. Qui, invece, i brani hanno anche la giusta durata e non sfociano mai in autocelebrazioni fini a sé stesse, pur se Satch e Vai sanno benissimo il loro valore tecnico e anche qui non mancano di metterlo in mostra. In “The Feeling I Know”, fanno la loro comparsa le chitarre
acustiche e qui i nostri puntano tutto sull’emozione: esperimento riuscito. “Zoot Suit Riot” è l’episodio che mi ha convinto di meno: bel riffing, indubbiamente, ma niente che non si sia già sentito nella corposa discografia dei due guitar heroes, soprattutto un abuso di wah wah, nelle parti solistiche che dal maestro di Kirk Hammett (eh già, un altro alunno eccellente di Joe Satriani è proprio il chitarrista dei Metallica) prima o poi ti aspetti. “Old Sins Have Long Shadows” ripropone l’utilizzo delle chitarre acustiche e su un riff dal sapore orientaleggiante i nostri costruiscono un altro episodio convincente, ricco di groove, con i due che mostrano di sentirsi a proprio agio sia sui brani più veloci e tecnici, sia su quelli più atmosferici. “I Wanna Play my Guitar” è l’unico brano realmente cantato del brano e i due si affidano ad una vecchia conoscenza, vale a dire il sempre ottimo Glenn Hughes (è davvero necessario sciorinare il suo curriculum? Spero di no!), qui anche al basso, che dà al brano un’impronta più tradizionalmente bluesy e hard rock, territori che i due hanno entrambi esplorato a fondo nel corso degli anni. L’album si chiude con un brano, che poi è la title track, “The Sea Of Emotion”, diviso in tre episodi in cui gli elementi già disseminati lungo tutto il disco sfociano in una sorta di suite che rappresenta la summa dell’intero lavoro. Stiamo parlando di tre movimenti che rappresentano il momento più orchestrale del disco, in cui entrambi i chitarristi si esprimono al loro meglio. La mia preferenza è, in particolare, per la seconda parte che rappresenta il punto più alto del disco, pur se tutte e tre le parti sono davvero notevoli. Sea Of Emotion ci riconsegna due meravigliosi chitarristi nuovamente al top della forma, capaci di scrivere brani con la stessa freschezza di quando, non ancora maggiorenni, in una cameretta di Long Island sognavano di partire alla conquista del mondo, imbracciando una chitarra. E noi non possiamo che esserne soddisfatti.






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