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L'ALTRA MUSICA CHE C'E' (Febbraio 2026)

Dopo un gennaio che ha stentato a decollare, musicalmente parlando, febbraio è stato un mese foriero di novità interessanti per varietà ed eterogeneità. Si puo' affermare dalle recensioni che seguono che trattasi già di dischi tra i migliori di quelli che usciranno nei 10 mesi rimanenti.


APPARAT – A Hum Of Maybe
APPARAT – A Hum Of Maybe

APPARAT – A Hum Of Maybe

Sotto l'acronimo Apparat si cela Sascha Ring, DJ e produttore tedesco poliedrico e iperattivo, fondatore dell'etichetta Shitkatapult e fulcro di sperimentatori elettronici e semi-dancerecci come Ellen Alien e Modselektor; con quest'ultimo Apparat condivide peraltro il progetto Moderat dal successo commerciale anche superiore. Apparat torna con un disco dall'elettronica ricercata e varia, in linea con altre pubblicazioni del genere che ormai si basano sulla molteplicità delle collaborazioni. Un'elettronica che fa da sfondo a un artigianato pop di lusso, con episodi magnetici come An Echo Skips A Name. Alla minuziosità degli arrangiamenti fa da contraltare un'ipersensibilità manifesta – il tema centrale del disco è l'amore sotto tutte le sue forme e la necessità di preservarlo a tutti i costi di fronte ai cambiamenti personali ed epocali. Ne risulta un disco fine ed elegante, ricco di preziosità, in un'epoca in cui la durezza e l'aridità del quotidiano sembrano ridurre ogni speranza di felicità. Bellissima la copertina che cita Escher e la contorsione della logica che tradisce l'occhio umano.



DEADLETTER – Existence Is Bliss
DEADLETTER – Existence Is Bliss

DEADLETTER – Existence Is Bliss

Uno dei sentimenti più bifronti è la rabbia; in musica è senz'altro il periodo punk ad averlo incarnato meglio per poi diventare post-punk, con le tante sfumature che negli anni '80 ne hanno caratterizzato l'evoluzione. Un movimento senza regole e schemi fissi che negli ultimi dieci anni spadroneggia tra le giovani generazioni di artisti del rock. I Deadletter sono al secondo album e ne rappresentano l'ala più rivendicativa, anche se la rabbia non si esprime attraverso chitarre pesanti o sezioni ritmiche esplosive, piuttosto tramite testi taglienti e perentori. La firma del gruppo è il sax e la sua capacità di rendere ariose le composizioni, intrecciandosi bene con le parti di chitarra, la voce e un basso spesso in primo piano che disegna perfino squarci melodici. La memoria corre inevitabilmente ai primi Psychedelic Furs, con cui anche dal vivo condividono apparentemente capacità scenica e immediatezza. Se si eccettuano episodi ben riusciti, ma più convenzionali al post-punk come Among Us e Focal Point, le altre 10 canzoni alternano jazz sperimentale e funk con un'attitudine danzereccia che caratterizza l'intero lavoro. Un gruppo arrivato agevolmente al secondo, fatidico disco. Lecito aspettarsi ulteriori miglioramenti.


PLANTOID - Flare
PLANTOID - Flare

PLANTOID - Flare

La next big thing del rock progressivo atterra al suo secondo album bilanciando sapientemente intensità e dolcezza. La complessità delle tessiture si alterna con una nuova capacità melodica che i singoli Dozer e Good for You rappresentano al meglio senza rinunciare alla nota lunghezza del minutaggio di una band, erede incontestabile di generi e sottogeneri come il progressive, il kraut-rock e il math. Un disco in cui certamente i contrasti tra stili sono disseminati lungo tutte le nove tracce che lo compongono. L'evidenza delle capacità tecniche e compositive dei Plantoid, però, non deve spaventare neanche gli ascoltatori più inclini alla semplicità e all'immediatezza, poiché l'elemento melodico è onnipresente e non cede mai il passo ad estremismi rumoristici. Si tratta ovviamente di un disco che richiede numerosi e approfonditi ascolti per essere apprezzato come merita ed è molto probabile che chi vorrà scoprirlo si farà accompagnare per tutto l'anno in corso tra un passaggio e l'altro del labirinto, tra vicoli ciechi e aperture improvvise: trovare l'uscita sarà comunque difficile, ma appassionante.


ARCHIVE – Glass Minds
ARCHIVE – Glass Minds

ARCHIVE – Glass Minds

Il collettivo britannico festeggia i 30 anni dall'uscita del primo, rivoluzionario, album Londinium, Ancora una volta si resta ipnotizzati dall'incedere delle canzoni che si succedono facendo a pezzi ogni convenzione dei rispettivi generi citati e riprodotti. La stratificazione e la ripetizione sono i marchi di fabbrica degli Archive, ma questa volta il disco stupisce già dai primi tre episodi con cui il gruppo decide di aprire il disco: pacati e riflessivi. Poi arriva Look at Us ad aumentare la velocità e a rievocare episodi già scritti in passato, in particolare nell'album Controlling Crowds che rimane probabilmente il più riuscito dei tredici finora pubblicati. Stesso discorso vale per So Far From Losing You, ove la drammaticità tanto cara ai nostri rifà capolino. Gli Archive sono tra i migliori interpreti del nuovo millennio, quelli che ne sanno rappresentare meglio i confini così stretti e angusti della società attuale. La novità in Glass Minds è l'uso dei fiati ad aumentare la teatralità rendendo ancora più evidente il lato «storico» della loro musica. Pochi sono i passaggi a vuoto e bisogna essere davvero dotati di vista d'aquila per trovare a Glass Minds il pelo nell'uovo



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