L'ALTRA MUSICA CHE C'E' (Gennaio 2026)
- Raffaele Mele

- 4 feb
- Tempo di lettura: 3 min
Un nuovo anno che comincia e, a gennaio trascorso, siamo a segnalare già quattro dischi che, «suonati fuori dal coro», vogliamo portare all'attenzione di chi pazientemente vorrà leggere e andare a scoprire.
AKA5AH – Rifiorirai

Per ricominciare bene bisogna anche ben finire l'anno precedente, vale quindi la pena scrivervi di Rifiorirai, pubblicato proprio a fine anno dal multistrumentista e vocalista bolognese AKA5AH. Con alla produzione Iosonouncane, il lavoro del giovane talento emiliano si arricchisce di ulteriori spunti e atmosfere cinematiche. Un disco invernale da ascoltare sulla neve, passeggiando in una foresta, in cui appassiona il suono ricreato dalle parole, che sono state scelte con evidente dovizia per essere inseparabili da armonie ed effetti. Molte sono le tracce in cui l'elettronica pur minimale ha tutta la sua ragione di esistere assieme alle parti vocali che, invece, la fanno quasi sempre da padrone. Ma poi, fanno capolino quasi a sorpresa gli ottoni, come in Magia, pezzo dalla modernità indubbia e che spicca assieme a Senza tra le 10, intense tracce. Se i più giovani spendessero un po' di tempo, impegno e curiosità nell'approccio musicale, il paesaggio sonoro italiano avrebbe ben altri orizzonti.
ULVER – Neverland

Tra i campioni del post progressive sperimentale, gli Ulver ci hanno abituati ai repentini ed estremi cambiamenti di sonorità. In questo loro nuovo lavoro ci presentano una versione ambient della loro esperienza musicale; senza parti vocali e con una ritmica rarefatta per alcuni, pochi sono gli episodi a presentare i tratti tradizionali della suite progressiva. Solo per buona metà del disco, gli intrecci ipnotici di tastiere e chitarre duellano con beat in tempi diversi, per il resto dell'album è un viaggio nella natura e in paesaggi esotici, anche se spesso freddi. Trattasi ovviamente di luoghi extraterreni, pianeti che assomigliano alla terra, ma in cui la vita umana non c'è; forse c'è stata o ci sarà, chissà... I tratti di un'immaginazione fulgida e di una dimensione onirica e sognante prevalgono, nonostante il battito di pezzi come People of the Hills e They're coming ! The Birds !. Nonostante ci si aspettasse di più dagli Ulver, Neverland è un album da non perdere per sottrarsi alla distopia imperante.
SAULT - Chapter 1

Virata su atmosfere decisamente più terrene, anche se fuori dallo spazio tempo di un'attualità musicale dominata ormai dall'elettronica in tutte le salse, con i Sault, collettivo londinese iperproduttivo, che ci presenta un disco zeppo di testi che riflettono tutti i temi dell'attualità politica, accompagnati da un tocco decisamente 70's. Soul, Funky e Rock ci riportano alla « black matter » USA del decennio che fu, tra contestazione, lotte antisegregazione e voglia di divertirsi, perchè – ogni lotta per essere efficace deve anche coinvolgere e divertire chi la porta avanti. In tal senso lo scioglilingue di Love Does Not Equal Pain è emblematica e rappresenta a tutto tondo l'incipit del disco. Le melodie e le filastrocche ti trottano instancabilmente tutto il giorno in testa, cosa che è certamente un buon segno, converrete. Tanto quanto il potere evocativo di bellezze di colore che agitano i boccoli cotonati su una pista d'altri tempi, tra stroboscopiche e, fuori, decappottabili ad aspettarti all'uscita.
URLAUB IN POLEN – Objects, Beings and Parrots

A più di vent'anni dalla loro formazione, i tedeschi Urlaub in Polen continuano a celebrare un'estetica della transitorietà – un'esperienza delimitata dal tempo, riversata nel nome stesso del progetto – sullo sfondo di un flusso continuo di nuove impressioni e di una valigia che si riempie lentamente di cimeli. Il suono motorik meccanico e scattante del krautrock di prima generazione si fonde lungo tutto il disco con il noise e il post rock, senza mai esitare. E' un viaggio tremante e sferragliante attraverso un cosmo di macchinari ostinati e un confortante abbraccio dell'imperfezione. Come in un patchwork post-industriale e senza mai rinunciare all'elemento psichedelico, i pezzi si susseguono offrendo un variegato canovaccio di suoni e immagini che avvolgono e trascinano. Si esce non proprio puliti, ma multicolori, dinamizzati e brillanti dal viaggio di Washing Machine – tanto da finire per saltellare allegramente sulla luna con Moonwalk


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